La provocatoria affermazione “Eroe per un giorno, analfabeta di diritto per sempre”, che contrappone la scuola alla politica, non è solo una frase ad effetto, ma uno specchio impietoso della crescente disorientamento che permea la nostra società. Al centro di questo dibattito c’è un interrogativo fondamentale: da chi dovrebbero imparare i nostri giovani il vero significato di legalità e giustizia?
Il nocciolo della questione è semplice e complesso allo stesso tempo. Da un lato, abbiamo la scuola, le istituzioni educative, gli insegnanti. Professionisti della formazione che, con programmi ministeriali che mirano a sviluppare il senso civico e la conoscenza delle leggi, cercano di inculcare nei ragazzi i principi di rispetto, equità e responsabilità. Il loro compito è quello di costruire cittadini consapevoli, capaci di distinguere il bene dal male non in base a un’emozione del momento, ma a un sistema di regole che garantiscono la convivenza civile.
Dall’altro lato, ecco irrompere la politica, o meglio, quella parte di essa che, per ragioni di consenso o di pura convenienza, sembra preferire la “giustizia privata” al rigoroso iter legale. La tendenza a demonizzare giudici, a semplificare processi complessi, a invocare soluzioni rapide che prescindono dalla Costituzione o dalle norme penali, crea un cortocircuito pericoloso. Quando un ministro, figura istituzionale, si erge a paladino di una giustizia spicciola, basata su un sentire popolare piuttosto che sul dettato legislativo, il messaggio che arriva ai giovani è forte e distorto.
Il Ruolo della Coerenza Istituzionale
Immaginiamo un ragazzo che a scuola studia la Costituzione, apprende i principi del giusto processo, della presunzione di innocenza, della separazione dei poteri. Poi accende la televisione o naviga sui social e sente un esponente politico di spicco invocare pene esemplari senza processo, giustificare azioni al limite della legalità in nome di un presunto “sentimento di pancia” del cittadino, o addirittura criticare sentenze ancorché definitive pronunciate da un tribunale. Quale bussola dovrebbe seguire?
Questa dissonanza cognitiva è profondamente dannosa. Non solo mina la fiducia nelle istituzioni, ma confonde i confini tra ciò che è giusto e ciò che è legale. La legalità non è un optional, una variabile da piegare alle esigenze del momento o alle mode politiche. È l’ossatura di ogni democrazia, il baluardo contro l’arbitrio e il caos. La giustizia privata, l’occhio per occhio, dente per dente, è il principio su cui si fondano le mafie, non gli stati di diritto. Ed è proprio questo il pericolo maggiore insito in certe derive retoriche.
La responsabilità è collettiva. La scuola deve continuare a fare il suo lavoro, con ancora più convinzione e strumenti, per educare al diritto e alla legalità in modo critico e approfondito. Ma la politica ha il dovere etico e costituzionale di essere un esempio. Le dichiarazioni pubbliche, le scelte legislative, persino il tono del dibattito, dovrebbero riflettere un profondo rispetto per l’ordinamento giuridico. Altrimenti, ci ritroveremo con generazioni future non solo “analfabete di diritto”, ma anche disilluse e ciniche nei confronti di un sistema che predica bene e razzola male.
È tempo che si prenda coscienza di quanto sia fragile la costruzione di una cittadinanza consapevole e di quanto possano essere dirompenti i messaggi incoerenti. I ragazzi imparano osservando: se le istituzioni sembrano contraddirsi, quale lezione possono trarre? Il futuro della nostra democrazia dipende anche da questo.
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